Don Gionatan De Marco “Il turismo Salento-sostenibile ha bisogno di visione strategica”

Per il direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale del tempo libero, turismo e sport della Conferenza Episcopale Italiana, la proposta è il “turismo conviviale”.

SALENTO – Don Gionatan De Marco, 37 anni ed ex parroco di Miggiano, attualmente riveste un ruolo di primaria importanza nella Cei. La sua riflessione sul turismo lo ha portato a teorizzare il turismo conviviale come evoluzione del turismo religioso. In questa nota, interviene nel dibattito locale sulle strategie e le visioni.

Parole sul turismo nel Salento. Polemiche su una frisa il cui nome e il cui costo era chiaramente espresso su un menu che però era necessario leggere. Profeti di sventura che con la voce dei Briatore di turno vogliono insegnare cosa sia il turismo dalle stesse cattedre da cui si insegna l’inattuale legge del possesso a tutti i costi.

E la terra, la nostra terra rimane inascoltata! Terra di sudore e di amicizia. Terra di bellezze e di profumi. Terra di semplicità e di freschezza. Terra di creativi e di profeti. Una terra, la nostra, che porta inscritta nel suo DNA la sua vocazione… culturale e, di conseguenza, turistica! Non dobbiamo importare modelli turistici da chissà dove, perché calpesterebbero la nostra identità e metterebbero a tacere i nostri suoni. Non dobbiamo andare a lezione da chissà quale santone per imparare le leggi del marketing… finiremo col non ricordare più i nostri colori, imponendo – per esempio – i tratti del modello riviera romagnola con proposte dove vige la regola non regola dello sballo dentro piazze abituate al ballo bollente della Taranta. O – sempre per esempio – portando il brand “francigena” su sentieri che non ne hanno mai visto l’ombra, cercando di convincerci che è ciò che richiede il mercato, soffocando la coscienza di una terra in cui i cammini antichi e nuovi sono tutta un’altra cosa.

Se vogliamo che il Salento continui ad essere attrattivo dobbiamo smettere di impiantare modelli non salento-sostenibili e metterci, invece, a scavare nel pozzo della nostra identità culturale e tirar fuori ciò che ci rende unici e irripetibili!

Dovremmo iniziare a far entrare nell’agenda delle politiche turistiche – se mai ci fossero – tre verbi: custodire, guarire e valorizzare.

CUSTODIRE. Significa lavorare per far conoscere alle comunità, prima che ai turisti, la grande eredità culturale di cui le stesse comunità sono custodi: il patrimonio culturale materiale (i monumenti, le chiese, le cripte, i santuari, i castelli, i palazzi, i tratturi, le pajare) e quello immateriale (feste patronali, devozioni e tradizioni popolari, sagre e piatti tipici, rivisitazioni storiche, racconti e suoni tramandati nel tempo). Perché solo la conoscenza attiva il desiderio del prendersi cura perché questo immenso patrimonio non vada né perduto né ferito, attivando percorsi di responsabilità collettiva perché sarà la rete degli intenti, delle possibilità, delle forze e dei progetti a dare volto a ciò che la nostra terra è: una città diffusa.

GUARIRE. Significa riconoscere i drammi della terra e della gente per denunciarli e per guarirli. I drammi ambientali: il seppellimento di materiali tossici che vanno sradicati; la frenesia inattuale della trivellazione delle coste ora che il mondo va verso le energie rinnovabili; per non parlare dell’ipocrisia dei roghi quando si sente gente preoccupata per il polmone verde dell’amazzonia che drammaticamente brucia e si mette a tacere il rogo del polmone verde-argento degli ulivi del Salento che chiedono il diritto di vedersi piantumare quanto prima accanto degli albero che non li facciano sentire soli e morti inutilmente! Guarire significa anche riconoscere i drammi culturali: un patrimonio non sempre mantenuto con cura; poco impegno a conservare racconti e tradizioni, tecniche e mestieri che dicono l’identità di un popolo e la vocazione di una terra! Guarire significa infine riconoscere i drammi sociali: la denatalità diffusa che chiedono politiche di sostegno alla famiglia e a servizi diffusi per l’infanzia; la solitudine di tanti anziani che sono tesoro vivente per una terra che vuol fare del turismo la sua forza, magari investendo sul social housing, facendo rivivere le corti con anziani, famiglie e turisti che condividono uno spazio e dei tempi; l’emigrazione giovanile dalla cui terra si leva la denuncia per chiedere impegni concreti per dare possibilità di realizzazione di idee innovative non solo aiutate a nascere, ma poi accompagnate a far parte di un sistema integrato di proposta turistica.

VALORIZZARE. Non significa accendere fari su un patrimonio immobile o su esperienze ingessate, ma significa dotare ogni piccola o grande comunità delle competenze e delle possibilità necessarie perché dal di dentro possa tirare fuori tutta la bellezza di cui pian piano prende consapevolezza e di cui scopre il grande valore estetico, etico ed economico e mette in moto processi di narrazione del bello (quello delle pietre, ma anche quello dei volti e di quello che invita alla trascendenza). E dalla narrazione prenderanno forma le esperienze che devono avere un unico comune denominatore: lo stupore, non come emozione, ma come atteggiamento e linguaggio per esperienze evocative e generative che suscitino vita e speranza. Tutto possibile solo se c’è una comunità che si mostra e si racconta, non solo pochi professionisti che spiegano o spennano.

Bellezza, stupore e comunità sono le coordinate di una visione che potrà portare il Salento a vivere un periodo da qui ai prossimi trent’anni in cui il turismo non sarà più fatto di due mesi, ma storia che continua a raccontare una terra e la sua gente ai curiosi di ogni tempo che troveranno in questo dito nel Mediterraneo un luogo, prima che un pacchetto, in cui sentirsi ospitati e accompagnati alla trasfigurazione della malinconia in benessere e gioia. È quello che io chiamo Turismo conviviale, una visione inattuale – non perché piegata sul passato ma perché inarcata nel futuro – di un turismo capace di diventare pane.”

Redazione

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